La pianura romagnola, sottratta alla palude dalla bonifica realizzata fin dai tempi della centuriazione romana, con il peggioramento climatico che coincide con la caduta dell’impero romano ritorna in parte facile preda dei capricci dei torrenti che scendono dall’Appennino, carichi di acque nelle stagioni intermedie e asciutti in estate.
In questo periodo storico, anche in concomitanza col fenomeni di subsidenza e/o di costipazione dei terreni alluvionali, si formano le grandi distese delle valli di Comacchio, a nord, delle valli di Argenta e Marmorta, ad ovest, delle Pialasse ravennati e della valle Standiana, in territorio decisamente romagnolo. L’abbondanza di aree palustri porta conseguentemente un arricchimento delle popolazioni di uccelli acquatici, tra i quali, per la loro appetibilità, particolarmente ricercati sono gli anatidi; per questi si inventano e si predispongono particolari sistemi di caccia con apprestamento di sito.
Alcuni documenti che si riferiscono a donazioni, fatte in data 8 e 13 marzo 1103 all’abbazia di Santa Maria in Porto, e nei quali sono anche comprese valli da pesca e caccia, citano le “forme anatrarie”, cioè luoghi particolarmente conformati per potervi catturare gli uccelli acquatici. Secondo un glossario della media e tarda latinità, questi luoghi erano costituiti “in forma di fosse e ricettacolo di acque, nelle quali si praticava la caccia”.
Qualche secolo più avanti appare un nuovo termine, di vago sapore zoologico. Dice un fascicolo, anch’esso dell’Abbazia di Santa Maria in Porto, che nell’anno 1472 “fu affittata una panthera per oselar anatre a Francesco di Bagnara, posta nella detta differentia et nel detto libro; un’altra panthera ad Andrea Cavedono, a carte ultime del detto libro. Et più nel libro segnato K, a carte 84 una altra panthera a Iacomo Albini”.
Poi nell’anno 1485 una panthera fu concessa in affitto addirittura a “Madonna Agnese Cavadona, quale tiene detta panthera per molti anni, et per questo lassò il suo nome nel detto loco, che si chiama insino al di d’hoggi la Cavedona” (toponimo sopravvissuto almeno fino alla prima metà di questo secolo).
Ancora nel 1544 “a Messer Filippo Raspono et a messer Giulio Pignatta canonico et Archidiacono, fu affittata la soprascritta panthera per anni dieci, cioè anni cinque per ciascuno” e nell’anno 1599 “la detta Canonica affittò una parte della Bandita, oltre al fossato di Porto, et di qua dal Flumisello di Classi dove si dice la Cavedona, per fare una panthera da osellare, già antica, a Mastro Apollinare, barbiero”
Questa, secondo un vocabolario della lingua italiana della metà dell’ottocento, è la definizione dell’antica panthera: “Pantera è anche una fossa lunga da venti a venticinque braccia, e larga da dieci in dodici, fatta vicino ad una palude per pigliarvi l’anitre selvatiche”.
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