La Lanterna di Diogene

Ecco un libro fatto di nulla altro che di aria pura, di sole, di mare, d’un po’ di campagna, di qualche personaggio raccolto qua e là, senza andar troppo lontano ed infine di una bicicletta; nient’altro figura in questo libro; tutto, come si vede, a portata di mano e di facile acquisto, merce senza prezzo perché se ne trova dovunque.

Se i libri dovessero misurarsi dalla magnificenza degli oggetti di cui vi si discorre, tra quelli di Panzini La Lanterna sarebbe senz’altro il più povero. Non un poema sinfonico a piena orchestra ma una sonata  per uno o due strumenti. Non Salammbò, pieno di ori, di ferraglie e di comparsate ma Robinson solo, in un’isola deserta. In Flaubert l’armamentario è già tutto bell’e pronto, non resta che metterlo in moto, in Defoe occorre fabbricarselo di sana pianta, così è in Panzini ed appunto perché l’attenzione non è mai, da nessun elemento, sbandata e distratta, il libro riesce più intimo e quindi più profonde sono le radici che pianta nel lettore.
Ma fin qui abbiamo date solo le ragioni esteriori, ora converrebbe, – lungo discorso e complicato!- dar quelle intime. Pur nello spazio d’una sola estate, il protagonista sembra avanzare paurosamente negli anni.
Da principio lo conosciamo fanciullo (non è la sua gioia senza pensieri- “il fresco maestrale della contentezza spirava nel mio cuore”- la gioia di un fanciullo?) pedalando sulla bicicletta, oltrepassare il vecchio dazio milanese di porta Romana, diretto a una borgata di pescatori sull’Adriatico. Quel principio giulivo, senza cure, in quella bellissima giornata, quel sentirsi leggero, quel fuggire senza sussulti di treno o d’automobile, eretto sulla bicicletta (…) lungo la strada che conduce alla meta, quell’assaporare con gusto senza limiti l’accorgersi improvviso della propria libertà, la gioia serena che dà la vista della natura in fuga pei luoghi dove ci si trova a passare, quale sorpresa, per Panzini, che avevamo conosciuto preoccupato fin qui dal peso di tanti pensieri !

Aria nuova!  Vita nuova!” sembra gridare e quale sicurezza e purità di accenti! Li ha mai più ritrovati? Sì, in qualche pagina de “I giorni del sole e del grano” e in qualcuno dei giocondi scherzi de “Il padrone sono me”, ma avranno essi, in quelle opere, la medesima innocenza? Pure egli era sulla soglia dei quarant’anni. Mi accorsi che il pedale rispondeva bene all’impulso, che le case andavano indietro e la verdura della campagna veniva avanti. Addio Madonnina del Duomo!…” E quelli che incontra nel cammino e che sono conoscenti finge di non riconoscere: nescio vosLa gioia di questo viaggio è assaporata con minuzia, senza fretta e soprattutto con innocenza e purità di cuore.

Le brevi soste che invitano a meditare –e una se ne incontra subito nella persona del meccanico che ha lubrificato i congegni della bicicletta- non turbano questa purità; per quanto egli s’industrii a trar partito da questa sua contentezza nuova e indulga a quello che chiameremo vizio didattico, è pur sempre quella  a prevalere e la sola ch’egli abbia saputo rappresentare al vivo, nella sua più profonda e quindi ingenua intimità. La gioia di questo fermarsi in quei paesini, di dormire tra quei lenzuoli candidi e fragranti, la gioia dell’ansia segreta d’aver smarrito strada, la gioia d’aver paura nel ritrovarsi solo all’imbrunire, di quei pasti campestri, di quel vinello sincero, tutto questo egli non riesce a nascondere , né minimamente a intaccare col mezzo delle sue numerose soste meditative che vi ha interposto. Quella giovinezza di membra e di spirito che l’ha preso e che tutti informa di sé i primi capitoli de La Lanterna, Panzini non l’ha, almeno nelle sue opere, più assaporata altro che per riflesso o per esaltazione letteraria: tanto più per questo essa è preziosa in queste pagine.

GABRIELE BALDINI – “Panzini- saggio critico“- Morcelliana, 1941 pag. 65-68

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