La piazza di una città

La città che vive

Come influisce la creazione degli spazi sulle relazioni umane? Una cattiva progettazione può dirsi responsabile di un certo degrado urbano dei giorni nostri? Di converso: come possono l’architetto e l’urbanista influire per favorire i contatti sociali tra le persone? A queste e ad altre domande cerca di dare risposta l’opera, giunta alla seconda edizione in lingua italiana, di JAN GEHL uno dei padri più autorevoli del moderno planning.
Nell’agile testo di gradevole lettura possiamo ripercorre quasi mezzo secolo di storia dei nostri centri alla ricerca di quegli spazi per l’individuo troppo spesso mortificati dalla (seppur importante) stagione del funzionalismo. E’ proprio alla nuova scuola venuta avanti tra gli anni Sessanta e Settanta nel Nord Europa che l’autore si ispira nel rimettere in discussione non pochi capisaldi dell’organizzazione di un territorio. Disegnare le città come autentici luoghi da vivere è il compito che egli assegna alla pianificazione; una tensione che si respira ai vari gradi della scala nell’elevare la qualità della vita tra gli edifici proprio creando i presupposti per un buon utilizzo di tutti gli spazi di uso comune e moltiplicando le occasioni di incontro tra le persone. Sono i contatti spontanei, a bassa intensità, quelli che l’autore si pone l’intento di sviluppare come presupposto per più articolate relazioni recuperando una dimensione del vivere collettivo non di rado smarrita nell’anonimato della metropoli ma propria delle città ‘compatte’ del passato.
Se ambienti da più punti di vista scadenti finiscono per ospitare unicamente attività “indispensabili”, è giocoforza come ambiti stimolanti ed ospitali ospiteranno quelle attività “volontarie “ cui ci si dedica solamente se lo si desidera, se il luogo e il tempo lo consentono come una passeggiata, un incontro tra amici o il semplice conversare per strada tra conoscenti. La riduzione delle distanze fisiche tra gli edifici (e quindi tra gli abitanti), un esatto dimensionamento dei luoghi dell’aggregazione, la ricerca di limiti e di proporzioni sono solo alcuni degli espedienti tecnici che questo saggio mette in campo per evitare la dispersione delle attività e incentivare la riscoperta del pubblico.
E’ grazie a tutta una serie di accorgimenti mutuati ora dalla teoria urbanistica ora dall’osservazione che si va a ridisegnare una inconsueta e stimolante geografia della socialità. Ecco dunque la strada tornare a condurre il transito di ciclisti, pedoni e mezzi a motore a bassa velocità cui concesso di interagisce tra loro ed il contesto; le facciate lungo la via principale ospitare nuovamente cinema, pinacoteche e negozi di abbigliamento piuttosto che banche e segreterie; le pareti degli ambienti di lavoro al pari delle vecchie botteghe aprirsi sulla vista e alla comunicazione da (e con) l’esterno.
Recuperare alla piazza la sua centralità perduta diventa per il progettista passaggio obbligato per ricucire le funzioni che un certo urbanesimo aveva voluto distinte tra centri commerciali, zone residenziali e palazzi direzionali raggiungibili pressoché solo con l’auto. L’università, gli uffici, gli esercizi di prossimità, il campus, ecc. diventano i principali attori di questa ricucitura quando ricollocati a stretto contatto tra di loro valendosi della sinergia che i singoli momenti della vita civile (le attività, lo studio, il fare shopping o turismo) producono sul più generale contesto circostante delle relazioni.
La possibilità di rimodulare i contorni dei nostri abitati per stimolare una nuova confidenza col territorio è l’obiettivo di un’opera che (forse più di altre) ha saputo saltare gli steccati tra discipline restituendoci una sintesi virtuosa e un approccio partecipato alle dinamiche dei nostri luoghi.

Christian Corbelli

JAN GEHL “Vita in città : spazio urbano e relazioni sociali” seconda edizione italiana a cura di Antonio Borghi ; postfazione di Silvano Tintori- Santarcangelo di Romagna : Maggioli, 2012

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