I tratti distintivi di una comunita’. La memoria del mare.

‘La memoria del mare ’ è il titolo usato per la giornata di studio sulla cultura marinara che si svolge a Bellaria più di venti anni fa, il 24 Novembre 1984.Intervengono alcuni docenti universitari come Marino Niola, coordinatore dei lavori, Italo Signorini [1], Giorgio Raimondo Cardona[2] ; chiude il convegno l’intervento del sottoscritto ‘Una foresta genealogica. Nomi, soprannomi e lignaggi a Bellaria’. [3]

L’incarico per la ricerca mi è stato affidato dal Centro J. Maritain di Rimini, oggi Istituto di Scienze dell’Uomo. Accompagna la giornata una mostra di fotografie scattate da Primarosa Zuffa, che ritraggono momenti di vita, personaggi, luoghi e attrezzature caratteristici del luogo.

Fra gli abitanti intervenuti  che  hanno collaborato attivamente è doveroso ricordare Leo Gori (detto ‘Squarcia’)  ‘personaggio’ che conosce ed è conosciuto da tutti, guida e “informatore” prezioso, cultore della memoria collettiva ineguagliabile senza il cui contributo la  ricerca non si sarebbe sviluppata. Fin dall’inizio infatti mi sono mosso sul posto a partire da sue indicazioni, prendendo contatto con i pescatori della sua generazione che hanno vissuto gli anni in cui la pesca è l’attività economica dominante.

L’accattivante titolo della ricerca aveva lo scopo di incuriosire gli abitanti di una cittadina che fonda la sua esistenza sul mare: ieri la pesca, oggi il turismo. E’ l’epoca in cui il pescatore si sente al centro del mondo, la sua è ancora una comunità viva in cui avviene la trasmissione di modi di pensare, di sentire, di agire, e di nominare; tutto fluisce senza troppe interruzioni da una generazione all’altra, un processo culturale che vorrei capire, riportare a galla, ricostruire, attraverso parole come creature fossilizzate .

Il breve viaggio che dovevo fare da Rimini a Bellaria non comportava  quel distacco culturale che è ineluttabile per chi, come l’antropologo, si avventura in paesi lontani e sconosciuti  Dovevo contemperare la giusta distanza dall’’oggetto’ osservato, come prescrive ogni buona indagine scientifica, con un’”osservazione partecipata” che permettesse una comprensione profonda di ciò che l’’oggetto’, cioè chi era interpellato, voleva comunicare.

Si susseguono contatti e incontri nelle case, davanti all’immancabile bicchier di vino; i miei interlocutori sollecitati raccontano e nei racconti essi si richiamano ad un passato immemorabile. Quello raccontato “è un tempo al di fuori della Storia”, è il tempo di ‘una volta ’, quello dei loro padri, o di loro stessi nel pieno della giovinezza: si tratta dell’ultimo scorcio dell’Ottocento o dei primi decenni del Novecento, ma è come se riferissero fatti accaduti in una imprecisata età dell’oro.

La comunità si costruisce un passato senza sconvolgimenti e senza fratture, e l’adorna di ogni virtù ’; è come se la parola,  ‘fondamento di un ricordo vissuto o appreso, costituisse la garanzia della veracità dei fatti sui quali si riferisce [4].Trasmessa di generazione in generazione, attiva un vero e proprio processo di rimemorazione; è una parola evocatrice di valori, di forme di sensibilità e di accadimenti.

Le prime parole importanti in cui mi sono imbattuto fin dall’inizio della ricerca sono i soprannomi. Essi ricorrono con estrema facilità in qualunque racconto. Piccole miniature, ‘metafore vive ‘, che permettono di distinguere con vivacità e acutezza persone e famiglie,  identificano e autentificano, delimitano lo spazio delle relazioni. Ogni abitante del luogo deve possederne uno personale e uno di appartenenza ad un casato o un lignaggio: è il segno che lo distingue dal forestiero.

Fanno parte di un sistema di denominazione più ampio, evocano a volte tratti fisionomici grotteschi o esagerati, o caratteristiche morali o abitudini che si prestano alla canzonatura, o parole storpiate dette in certe circostanze, o avvenimenti singolari della vita del loro portatore.

I soprannomi traducono l’immagine che i donatori si fanno del ricevente, possono riflettere i molteplici aspetti della personalità, sia di chi lo riceve che di chi lo attribuisce. Il soprannome prende il suo significato solo se lo si restituisce al contesto in cui è nato, attraverso il racconto delle circostanze che lo hanno prodotto e diventa così patrimonio dell’intera comunità, memoria collettiva. Esso dunque non serve solo a identificare gli individui, ma l’intero gruppo.

Vengono ereditati come si eredita di padre in figlio qualunque altro bene; la loro è una funzione classificatoria che si estende non solo nel tempo, ma anche nello spazio attraverso una toponomastica territoriale che oltre a riferirsi alla conformazione morfologica e agli accadimenti che l’hanno attraversato, si riferisce al soprannome del casato che da tempo immemorabile l’ha abitato. I soprannomi sono marcatori endogamici, dividono le famiglie sposabili da quelle non sposabili.

Il soprannome permette di penetrare nell’intimo della comunità; per il ricercatore rappresenta la chiave criptata dei tanti piccoli segreti del vissuto individuale e collettivo.

Un analogo percorso di riconoscimento e codifica che ha riguardato nel corso degli anni un altro aspetto caratteristico e connotativo del nostro patrimonio culturale è l’interessante lavoro che ha permesso la pubblicazione dell’Araldica delle famiglie marinare, delle vele e dei loro emblemi; ad ogni vela è associato il nome, con relativo soprannome, del proprietario e quello dei lavoranti.  Le vele sono un altro segno di identificazione personale e familiare, con i loro disegni e i loro colori permettevano di segnalare da lontano l’arrivo delle imbarcazioni qualche ora prima che fosse possibile una comunicazione acustica. Associano dunque al loro proprietario e alla sua famiglia una caratterizzazione simbolica ed emotiva di forte significato; dirigere le barche a vela verso riva non era impresa sempre facile e conferiva alla vita del pescatore una dimensione eroica, la stessa che si può attribuire ad un combattente o un cavaliere medievale.  Sarà una curiosa coincidenza, ma il mondo cavalleresco con le sue imprese eroiche, i perigliosi viaggi, i solenni riti, le furiose lotte contro il nemico saraceno, non era del tutto estraneo alla comunità di pescatori del passato.

Una narrazione, tramandata oralmente e recitata a memoria, generazione dopo generazione, con la quale si allietavano le noiose serate invernali passate in casa, rievocava infatti le vicende descritte ne ‘I reali di Francia ’, opera popolare medievale che probabilmente, già il suo autore, Andrea da Barberino, recitava nelle piazze.

L’intrecciarsi nelle narrazioni dell’elemento fantastico con quello ‘realistico ‘, sia pure rielaborato, costituisce un momento forte di costruzione e consolidamento di un’identità di gruppo; un’idea di se stessi che, forse, non ha mai cessato, sotto diverse forme, di sopravvivere.

A cura del prof. Varide Nanni

1- “Le culture marinare. Problemi e metodologie”
2- “Conoscere e nominare. I soprannomi come testimonianza e memoria della struttura sociale”
3- “Lo spazio ineguale” in “La ricerca folklorica”, Grafo editore, Br, 1985.
4- Francoise Zonabend “La memoria lunga” , Armando, Roma, 1982, pag. 15

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