BASSA

Fra Rimini e Cesena

Le pievi di San Martino in Bordonchio, dei Santi Vito e Modesto, di San Michele in Acerboli, di San Martino in Rubicone e tante altre, furono erette prima del Mille, in funzione delle genti che, da tempo e tempo, vivevano e lavoravano nelle terre che avrebbero fatto parte dei loro plebati.

Erano genti che, per necessità di sostentamento, dipendente esclusivamente dai prodotti delle terre e da quanto forniva il bestiame allevato, doveva regimentare le acque, costruire ponti, tener puliti gli alvei dei torrenti e dei fossi di scolo (un po’ come nella nostra società agricola si è fatto fino all’immediato secondo dopoguerra). Dovevano aprire strade e semita, collegarli tra loro, diremmo oggi a mò di rete viaria, a cui andava fatta costante manutenzione, indispensabile per trasportare i prodotti dei campi alle case e alle masserie e per andare nei luoghi indicati dal signore delle terre a consegnare il terratico, ad effettuare corvées. Una rete che era indispensabile anche per lo svolgimento di una seppur minima vita di relazione per tutti gli uomini (servi, serve, aldioni, liberi e per i loro signori religiosi o laici) per andare alle pievi e alle cappelle da esse dipendenti, ai luoghi d’incontro, come un incrocio di strade, per un piccolo scambio di merci o per negoziare col raro mercante.

Erano terre che, a seconda delle loro caratteristiche, vuoi nel piano, vuoi in collina, e anche nel Montefeltro, producevano grano, segale, orzo, fava e legumi vari, junicola (avena?), lino. In esse vigneti, alberi da frutta, olivi, castagni, noci, alberi di fico e anche selve, che davano, coi querceti, ghiande per i suini. Su quelle terre si allevavano animali da cortile, ed essendoci prati e pascoli, anche ovini, bovini ed equini.

Tutto ciò fa pensare che ben difficilmente il territorio in esame fosse solcato da torrenti per nulla regimati, i quali, pur con bacini imbriferi non molto vasti, di quando in quando, e con estrema facilità, sembra che cambiassero corso, spostandosi di alcuni chilometri in un verso o in un altro del territorio. Fa ritenere, piuttosto, che in occasione di straripamenti, rotture di argini, gli uomini intervenissero, correggendo e raddrizzando, ricostruendo argini, riattando ponti (1)

(…) E’ certamente difficile individuare, oggi, nella pianura padana a valle della Via Emilia, i luoghi in cui correva la Popilia, i luoghi di vecchi staggi ora scomparsi, i vecchi piccoli dossi, e vedere le distese d’erba dove fino alla fine degli ultimi anni ’60 pascolavano ovini, ultime tracce anche di una antica transumanza.

Il mutamento della linea di costa, il prosciugamento di luoghi acquitrinosi, le modifiche intervenute nelle zone delle saline, il cambiamento della riviera tutta ormai conurbata e del suo entroterra fra Rimini e Ravenna, la pressoché totale scomparsa, tranne che in alcune zone del ravennate e del cervese, delle macchie e delle pinete, impediscono “di utilizzare l’analisi diretta del paesaggio, come strumento di documentazione storica chiarificatore dei rapporti di dipendenza esistenti fra struttura naturale e struttura antropica”(2)

(1) Le vie tortuose non hanno sempre avuto origine da straripamenti o da cambiamenti naturali dei percorsi dei torrenti, quelle che vediamo nella nostra pianura possono essere state determinate sia dall’andamento di torrenti, sia da divisioni poderali, o dalla necessità di evitare acquitrini, o altro

(2) S.SANTORO BIANCHI “Un paese d’acque: il territorio cervese nell’antichità” in O.MARONI A.TURCHINI “Cervia natura e storia”
WALTER ZANOTTI “Fra Rimini e Cesena: il Rubicone un tempo confine d’Italia“ Nuova Tipografia snc Forlimpopoli 2009 pagg. 150-151-152

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