U si void

U si void”, oppure “u si sint” (letteralmente “ci si vede” oppure “ci si sente”), era una frase che nell’immediato dopoguerra, si sentiva spesso pronunciare nei racconti degli uomini durante le “vegie” (veglie) serali. La cosiddetta vegia, era il ritrovo dei contadini dopo dure giornate di lavoro, in casa di uno di loro, oppure durante l’inverno, al caldo animale delle stalle (d’estate nei “trepp”, piazzole lungo la strada) per socializzare, ovviamente con le carte romagnole in mano e davanti ad un buon bicchiere di vino (uva coltivata in proprio e vino fatto in casa, pestando l’uva con i piedi. Che tempi!).

Non mancavano i bruscolini di zucca o castagne arrosto. Ciò accadeva, perchè in campagna non esistevano osterie per cui, come ho detto, queste venivano sostituite, tra amici, in case private. Essendo la mia famiglia dotata, già in quei tempi, di energia elettrica, avevamo una radio (Allocchio Bacchini onde medie a modulazione di ampiezza, con occhio magico. Chi se lo ricorda?), per cui la “vegia” che si teneva tutte le sere, era “illuminata” dal giornale radio. Essendo il fronte passato di recente, erano ancora visibili gli affossamenti nel terreno dove erano stati riesumati i corpi dei soldati morti, seppelliti provvisoriamente nei pressi delle strade, poi traslati nei cimiteri di guerra. Si diceva che da queste fosse, di notte, si sprigionassero delle fiammelle. Io in quel periodo, andavo a scuola a Rimini, perché dopo le elementari, chi voleva proseguire, era costretto a recarsi in città. I mezzi di trasporto per studenti non esistevano, nessuno aveva l’automobile o il motorino, quindi si era costretti ad andare in bicicletta. Nove chilometri all’andata e altrettanti al ritorno.

Ho iniziato a undici anni e per due anni sono stato solo (due anni dopo, iniziarono altri amici per cui si era in compagnia). Siccome frequentavo una scuola a tempo pieno, alla sera spesso, uscivo alle 18,30 (come si sa, in inverno a quell’ora è già buio), per tornare a casa, percorrevo la via Popilia. Questa via, attualmente, è una delle più importanti e trafficate, ma in quei giorni (1947/1948) il traffico automobilistico era quasi nullo e le strade completamente al buio. L’unica luce era quella generata dalla dinamo della mia bicicletta. Immaginate un bimbo di 11 anni, solo, percorrere quella strada al buio e passare vicino a quelle fosse dopo aver visto durante la guerra, corpi esanimi di soldati uccisi. Vedevo fiammelle dappertutto, per me era spaventoso. Mi sembrava di vedere morti che mi inseguivano e ciò mi faceva andare sempre più veloce. Giunto a casa, ultimo ostacolo, due di quelle fosse citate, erano proprio di fianco al cancello di casa mia!!

Dopo cena mi ritiravo in camera mia al freddo per studiare (solo la cucina era dotata di riscaldamento tramite la stufa economica). Nel frattempo la cucina si riempiva di “vegianti” (loro al caldo io no), ed essendo adiacente alla camera, sentivo ogni loro discorso tra i quali spesso si udiva la frase “u si void”. Ci si vede, ma cosa e dove? Ciò, era riferito a manifestazioni o visioni ritenute soprannaturali che, si raccontava, si manifestassero in quei giorni. Per avere un’idea ne racconto alcune che sentivo raccontare. Raccontavano di un enorme cane che, di notte, si aggirava per le campagne aggredendo l’eventuale malcapitato, ma all’ultimo momento svanire nel nulla. (raccontava di averlo visto anche mio nonno materno (per lo meno così lui credeva). Il nonno di mia cugina, una sera al buio tornando a piedi da Santarcangelo, incrociò un carretto pieno di pesce, incuriosito si girò indietro, ma il carretto era svanito nel nulla. Vicino alla casa dove abitava mio nonno, vi era un laghetto artificiale che il vicinato utilizzava per macerare la canapa. Si diceva che tempi addietro vi sarebbe affogato un bambino.

Raccontavano che durante alcune notti, si sentissero dei forti colpi provenire dal laghetto stesso. Oppure le fiammelle che ho citato, sarebbero state le anime dei morti. E tante altre storie, forse inventate da qualcuno. Una in particolare mi ha colpito, “e quaiaroin” (il quagliere), oggetto che serve pe il richiamo delle quaglie. Questo, imitando il canto della femmina, attira il maschio che si impiglia in una rete predisposta dal cacciatore. La quaglia è un gallinaceo che si sposta solo di notte, gustoso a tavola, per cui la caccia in quei giorni era abbastanza comune (oggi è regolamentata). Il richiamo, era formato da una sacca di pelle che, premuta, emetteva aria e passando da un cilindretto opportunamente intagliato emetteva un fischio che imitava, come detto, il canto della quaglia femmina (vi erano e vi sono anche quelli per i maschi che hanno un canto un pò diverso). Questo cilindretto veniva formato dal cacciatore stesso utilizzando solitamente un osso di animale (la plastica ancora non esisteva). Dicevano che il suono era più rassomigliante all’originale. Ho fatto questa descrizione apparentemente fuori tema per spiegare la storia citata. I “vegianti” nelle loro storie, raccontavano (e io atterrito ascoltavo, al di la del muro) che se il cilindretto “de Quiaroin” fosse stato formato da un osso umano avrebbe provocato, lui, quei fenomeni descritti. Purtroppo dopo la guerra, se ne trovavano. E come ho detto, quel tipo di caccia si eseguiva di notte.

Concludendo, sommando il mio percorso stradale e i racconti dei nostri “vegianti” appena descritto, come pensate avrei percorso la via Popilia la sera dopo ? E avevo 11 e l’anno dopo 12 anni (dal terzo anno, come ho detto, eravamo in compagnia e ci si faceva coraggio). Da notare che a scuola, ci si andava comunque, pioggia (con la caparella di tela cerata), vento, neve e sempre in bicicletta. Questa è una piccola parte della mia storia, ma quanti altri ragazzi e ragazze, hanno dovuto, come me, superare tante avversità che i ragazzi d’oggi (fortunati loro, ma non si lamentino) non riescono neanche a sognare. A loro sembrerebbe fantascienza. Eppure io, grazie anche ai miei genitori, ho vissuto un’adolescenza serena. Le difficoltà si superano e servono a maturare!

Filippo Vannini

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