La pianura tra il Savio e il Rubicone

Al tempo in cui (i Galli ndr) invasero il nostro suolo (…) la nostra regione non aveva ancora l’aspetto di oggi. All’alba dell’era mesozoica, il sistema ortografico dell’Appennino era composto ed emerso fino agli ultimi contrafforti, ma lambito ai suoi piedi dal mare.
Nessun occhio umano vide i tremendi cataclismi tellurici, le immani convulsioni che dettero al sottosuolo di Romagna la sua completa disposizione tettonica. Per quanti millenni i flutti del mare miocenico s’infransero contro i fianchi dei nostri monti più elevati al cielo? E per quanti mai le acque del pliocene seguitarono a deporre sulle nostre colline le sabbie giallastre, oggi così propizie al rigoglioso prosperare della vite, dove fatali scoscendimenti non rimisero a nudo le sottoposte argille scagliose e le marne turchine?
Spirando l’ultimo periodo dell’era cenozoica, i fiumi già formati scendevano dai loro tetti a terrazze, a poco a poco scomparse di poi quasi tutte per l’incessante erosione delle acque. Trascinando materia dal loro bacino superiore, essi le avevano deposte in ordine di grandezza e di peso: i sassi maggiori, i ciottoli comuni, le ghiaie, le sabbie e il limo, non solo degradanti per via, ma ben anche sovrapposti come le assise della costruzioni umane. A causa di queste alluvioni, in processo di tempo si trovò emersa dalle acque alla base dei colli una striscia di terra pianeggiante, ma ondulata per l’alternanza dei conoidi alla base ed esposta a sempre nuove illimitate accessioni per la continuità del fenomeno generatore.
A un certo punto, di là del suolo recente stendevasi già la Padusa “immota nelle fosche acque”, separata dall’Adriatico mediante il cordone litorale, che si era venuto formando col sedimento di materie accumulate in dune o staggi per varie cause cospiranti: i fiumi ricchi di torbide, la corrente litorale, marina o moto radente continuo lungo la costa, e soprattutto il moto ondoso col flutto di fondo che solleva le sabbie e il flutto in superficie che le trasporta, effetto del vento burrascoso di levante e degli altri venti da mare. Le profonde metamorfosi topografiche subite nei secoli dal grande Estuario adriatico, per effetto dei fenomeni idrologici dovuti all’azione repletiva dei fiumi quella repulsiva e radente del mare, dettero luogo alla formazione di più lidi e cordoni litoranei successivi a distanza dal continente e all’inclusione delle frapposte acque marine trasmutate in lagune. Al tempo dell’occupazione romana nella nostra regione, il lido del mare, nel tratto che interessa il presente studio, corrispondeva già alla zona attualmente percorsa fra Ravenna e Rimini dalla strada Romea o del Litorale. Sulle rive di terraferma, nei banchi e negli isolotti sparsi per la laguna, nelle lingue di terra create col letto di deiezione dei fiumi, nelle bassure acquitrinose e nello stesso cordone adriatico, crescevano insieme alle piante palustri le macchie e i boschi componenti la selva litana o litorale, onde gli strati di natura terrosa e valliva nel sottosuolo della bassa pianura romagnola, e il continuo se pur lieve abbassamento del suo livello superficiale. Mentre infatti le acque correnti dei fiumi producono alluvioni costipate dal peso continuo e intermittente del liquido sovrapposto, altrimenti accade nelle plaghe lagunari. Ivi le acque, prive o quasi di corso, permettono e favoriscono la vegetazione di piante paludali, che morendo sono man mano surrogate da altre. Così vengono a formarsi stratificazioni di avanzi vegetali soffici e quasi spugnosi finché sono soggetti allo strato sottile dell’acqua, ma compressibili poi sotto l’azione di un carico maggiore, come il suolo che vi si crea per opera naturale od umana con successivi sedimenti alluvionali

AMILCARE ZAVATTI “La pianura tra il Savio e il Rubicone- Ager Caesenas” pagg.80-82 in “AMILCARE ZAVATTI INGEGNERE ARCHITETTO (1869-1939)” Comune di Cesena – Istituzione Biblioteca Malatestiana 

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