Il ghetto dei ricordi
Ghetto della Cagnona - anni Trenta

Il Ghetto dei ricordi

Ho trascorso la prima infanzia in quella zona periferica del territorio bellariese che, con intento volutamente dispregiativo, è sempre stata denominata “ghetto”, anche se tale connotazione, più verosimilmente, può essere ricondotta alla posizione allora molto marginale e distinta dal centro bellariese. Si trattava di un agglomerato di case basse e modeste alle quali si accedeva attraverso stradelli sterrati che si intersecavano creando una sorta di labirinto. La parte vitale del “ghetto” gravitava sulla Romea, oggi Via Ravenna, l’unica strada asfaltata della zona, sulla quale si affacciava anche la scuola elementare dove mia madre, originaria di Forlì, aveva iniziato il suo insegnamento nel lontano 1926 per poi ivi stabilirsi definitivamente dopo qualche anno di servizio in altra sede.

L’edificio scolastico, ufficialmente denominato TrePonti, apparteneva a un certo signor Bianchi, abitante nella zona a mare della Cagnona, che lo aveva ceduto in affitto al Comune di Rimini. Era un edificio di due piani, con ingresso sulla via Romea, dotato di due aule, una per piano, con annesse le abitazioni per le insegnanti. Tutto era angusto e poco accogliente: la scala stretta e ripidissima, gli ambienti di ridotte dimensioni e poco illuminati, i muri e i pavimenti corrosi dal tempo come le finestre, piccole e sbrecciate. Era la classica vecchia scuola di campagna, coi banchi di legno a due posti, che odorava di gesso e di inchiostro. Vi accedevano non solo i bambini del “ghetto” ma anche quelli provenienti dalle zone circostanti e dal territorio di San Mauro Mare. Abbinate all’edificio scolastico c’erano altre abitazioni: una palazzina di due piani dove la famiglia Gradara gestiva il negozio di generi alimentari e l’osteria, dotata, nella parte retrostante, del gioco delle bocce che aveva a fianco un orgoglioso salice piangente; la casetta dei Marchetti con il negozio di sali e tabacchi, un ambiente tetro e zeppo di case che emanavano un miscuglio di odori, e poi la casa dei “Rudera” dove mi sembra abitasse anche uno dei personaggi più tipici del “ghetto”, il mitico “Seganti” l’uomo del sacco, che incuteva tanta paura in noi bambini.

Nella zona più interna, verso mare, si estendeva l’abitato, un susseguirsi di casette in gran parte umili, spesso prive di impiansito, con porte e finestre rudimentali, non sempre dotate di vetri, nelle quali vivevano assiepate le famiglie. E oltre, campi di canapa e patate, di quelle squisite patate di sabbia ben note nei vari mercati dell’entroterra.Sul lato opposto della Romea, oltre il fossato, si apriva una vasta distesa di campi, punteggiati da sparse case rurali, in cui lo sguardo si perdeva in lontananza fino al pallido profilo delle prime colline. Erano i campi di grano e di lupinella, come richiedeva allora la regola della rotazione delle colture, dove le donne del “ghetto” andavano a spigolare dopo la mietitura e a “fare” l’erba nel corso di tutto l’anno.

Di fronte alla scuola, in una sorta di nicchia, qualche gradino sotto il livello della strada, c’era una fontanella dalla quale sgorgava senza interruzione acqua fresca e purissima che dissetava gli abitanti del “ghetto” e delle case coloniche vicine e costituiva al tempo stesso punto di incontro e… di chiacchiere.

Mancava infatti nel ghetto un altro luogo, che non fosse l’Osteria del Tappo frequentata solo da uomini, dove le persone potessero ritrovarsi. C’era tuttavia una usanza consolidata, molto viva nei lunghi mesi invernali, la veglia serale, un dopo cena che si trascorreva in casa di qualche vicino, gradevole momento di pausa dal lavoro, di socialità e di senso di appartenenza. Nel mese di maggio le frequentazioni avevano carattere religioso. Erano in genere riunioni di sole donne, per lo più anziane, che si distinguevano per l’abituale foggia del vestire: lunghe, nere sottane arricciate in vita e il capo coperto da un ampio fazzoletto nero annodato alla nuca. Recitavano in coro il Rosario in un latino che negli anni che negli anni ho scoperto essere alquanto maccheronico, ma con grande devozione.

Altro luogo di incontro, limitato al periodo invernale quando il freddo si faceva pungente ed era difficile riscaldare le case, era rappresentato dalle stalle dove ci si rifugiava per trovare ristoro all’umido calore delle mucche. Ricordo ancora qualche rigido pomeriggio passato nella stalla di “Mio” Silvagni, il contadino che coltivava il podere ad angolo fra la Via Romea e l’attuale Via Fratelli Cervi, insieme ai miei compagni di gioco e alle anziane nonne intente a filare, con rocco e fuso, canapa o lana e non ho mai dimenticato la piacevolezza di quei giochi al fiocco lume di una lanterna e in mezzo a festoni di ragnatele.

La vita nel “ghetto” era scandita dall’alternarsi delle stagioni e sempre tesa a soddisfare i bisogni primari ai quali si provvedeva ricorrendo alle risorse di sempre: la coltivazione della terra, l’allevamento di animali domestici, la caccia, la pesca. Non mancava la presenza di qualche artigiano o di chi si ingegnava a far di tutto, come riparare ombrelli o ricucire cocci, l’antico mestiere di pirandelliana memoria, mentre i più indigenti non esitavano ad accettare una migrazione temporanea in altri paesi europei. In quel mondo ho trascorso un’infanzia libera e felice, vera feconda palestra di vita, conclusa forzatamente in seguito all’incombere di eventi bellici che indussero i miei genitori a rifugiarsi altrove.

Oggi, quando mi capita di rasentare la zona del ghetto percorrendo o la vecchia Romea o la via che porta al mare intitolata ai Fratelli Cervi, intravvedo un quartiere fitto di costruzioni a più piani, in linea con tante periferie di tante altre città italiane. E mi ritorna allora vivo il ricordo di un luogo irripetibile, raccolto e familiare, dove tutti parlavano una sola lingua, il dialetto, il luogo mitico di cui conservo ancora nitida l’immagine perché l’ho percorso in ogni suo angolo e ne ho assaporato i profumi, i rumori, l’atmosfera. Penso che non oserò mai, pur se il desiderio è grande, inoltrarmi all’interno di una realtà che non mi appartiene più, per non alterare o cancellare il ricordo di un luogo del passato dalla fisionomia inconfondibile

Maria Teresa Campanini

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