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All’ombra della Torre

Inizia nell’ottobre 1828 con l’acquisizione dei diritti in capo ai Braschi la storia di uno dei più importanti e longevi latifondi del nostro territorio. Affonda infatti le proprie radici nella liquidazione dell’esperienza napoleonica e nella restaurazione del principio di legittimità la nascita del principale tenimento della nostra località ad opera di una delle più importanti ed influenti famiglie dell’Italia preunitaria che può contare numerose proprietà sparse per le Legazioni ed una miriade di attività diversificate lungo la penisola.

Sono circa 620 circa gli ettari di terreno ( 2075 tornature per l’epoca) che il nipote del pontefice Pio VI consegna al banchiere romano Giovanni Torlonia permettendogli di realizzare in terra di Romagna una delle più fiorenti aziende agricole dell’epoca la cui rinomanza destinata a valicare i confini nazionali e avviare una agricoltura in rottura col precedente immobilismo per puntare sull’innovazione e attirare ingenti capitali. La villa rurale per lungo tempo appartenuta alla Chiesa arcivescovile di Ravenna e ubicata nei pressi del Saltus romano diventa il centro nevralgico di un territorio che si estende quasi senza soluzione di continuità dal Fiumicino all’Uso e dalla Via Antica Emilia alla linea di costa, accorpando aree di allora ben quattro comuni tra cui Rimini (per la parte di Bellaria), Savignano sul Rubicone, San Mauro Pascoli e una piccola porzione di Santarcangelo.

Non è questa la sede né questi gli spazi per una ricostruzione -neppure a grandi linee- delle vicende di luoghi attorno a cui ruoteranno oltre 120 anni di storia. Basterà solo ricordare come all’intuito di Giovanni succederà la lungimiranza del figlio Alessandro che dal 1835 al 1886 (anno della morte) attraverso una sistematica politica di acquisizioni porterà a 1904 gli ettari in suo possesso e migliaia di maestranze al proprio servizio tra coloni, agenti di campagna (meglio noti come fattori) e personale occasionale solito riversarsi nelle terre della Torre in occasione dei principali lavori agricoli. Alla politica di espansione volta a consolidare un autentico piccolo impero si interfaccia l’opera di importanti amministratori mandatari della famiglia come Giovanni Pascoli senior, Ruggero Pascoli (padre del poeta che troverà la morte nel 1867 in circostanze misteriose) e Leopoldo Tosi, coinvolti allo stesso tempo in incarichi pubblici e quindi contesi tra la lealtà all’incarico e la gestione di una località ove pullulano l’analfabetismo, la povertà, l’alto tasso di mortalità endemica e le derive ribelliste.

Il prosciugamento di una vasta area depressa di 200 ettari tra la linea dei poderi Capanni-Torretta-Cagnona ed il mare con tecniche all’avanguardia è forse uno degli esempi più eclatanti della trasformazione impressa a territori secolarmente noti per la loro improduttività. Fino al 1917 l’efficientismo della struttura grazie anche alle importanti innovazioni tecnologiche, l’azzeccato investimento in colture come il gelso ed il tabacco, la specializzazione nella produzione bovina (creando la razza Romagnola Gentile che varrà importanti riconoscimenti internazionali) fino alla produzione di una varietà di champagne faranno della Torre un modello da imitare. Le colture cerealicole (grano e mais destinato in particolare all’alimentazione delle classi più povere) sono per lungo tempo tra le produzioni di punta. Rilevanti anche quelle delle leguminose (fave, fagioli, ceci e cicerchia) e delle patate. L’accresciuta produttività raggiunta si scontra non di rado con formarsi di scorte da vendere che il mercato locale ancora non è in grado di assorbire. Fin dal 1837 la messa a coltura dei mori-gelsi incentivata dal potere centrale per l’allevamento dei bachi da seta, rappresenta una delle caratterizzazioni del nuovo-corso. Alla tradizionale canapa e al vino seguiranno la barbabietola e alberi da frutto. L’abbondanza di terre bonificate volutamente tenute a maggese funge da autentica riserva foraggera per il fiorente mercato dei bovini destinato a diventare una delle eccellenze della Torre.

Le fiorenti condizioni di un’agricoltura sempre più imprenditoriale fanno da sfondo al malessere che si va sviluppando tra le fila del bracciantato e che sovente accomuna gli assegnatari dei 145 poderi in mezzadria in occasione della rinegoziazione dei patti agrari. Lo scoppio della guerra mondiale, la scomparsa del cav. Tosi col subentro del genero Briolini e la scadenza del contratto di locazione nel 1919 con l’affido al marchese DiBagno segnano l’inizio della parabola discendente di una unità produttiva che tuttavia ancora per un trentennio si manterrà compatta.

Materiali tratti da:  Susanna Calandrini  “San Mauro, Giovedìa, la Torre” Pazzini  Editore,1989

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