Nei secoli anteriori al Mille, la zona compresa fra Cervia, Cesena e Rimini e, più in particolare, quella compresa fra la Rigossa, il Rubicone e il Pisciatello doveva presentarsi agli occhi del visitatore come una vastissima area incolta caratterizzata da grandi boscaglie e paludi malsane. In questa zona di confine fra l’Esarcato e la Pentapoli gli insediamenti non sembrano essere regrediti solo per la depressione delle condizioni di vita causate dalle dominazioni barbariche, ma anche per la instabilità dei fiumi, fenomeno accompagnato, almeno per quel che sembra per i secoli quinto-ottavo, da condizioni climatiche piuttosto fredde.
Le acque si erano allargate in tutte le direzioni ed occupavano in modo permanente le forme basse e piatte. Ne rimanevano liberi dei dossi sopraelevati che prendevano il nome di tombe.
La stessa via Popilia, che congiungeva Rimini con Ravenna e Adria e sul cui percorso si trovava il celebre centro romano di Ad Novas, in questo tratto costiero venne abbandonata. L’importante asse di viabilità risultò successivamente smarrito tant’è che oggi resta difficile definirne l’ubicazione con esattezza.
Si ripiegò allora sull’altro asse più arretrato rispetto alla costa, da identificarsi oggi con la via del Confine, che segnava il limite della centuriazione cesenate in direzione del litorale marino, caratterizzato per l’appunto da terreno paludoso. Si tratta della strada Pisignano Villalta Bellaria Rimini che, per i fenomeni sopraddetti, si trovò a sua volta interrotta nel tratto mediano. Le comunicazioni per Rimini vennero allora aperte attraverso Sala, S.Angelo, Gatteo e immesse sulla Via Emilia fra S.Giovanni in Compito e Savignano.
E’ abbastanza cosa ovvia he il recupero di quella zona passasse necessariamente attraverso una decisiva azione di bonifica, compito cui solo le istituzioni ecclesiastiche e, molto più tardi, i comuni potevano attendere.
La Chiesa Ravennate, che con il dominio bizantino aveva potuto mantenere diversi possedimenti, con l’assopirsi delle rivalità fra Longobardi e Bizantini poté accrescere il suo patrimonio fondiario. Nell’opera di acquisizione dell’entroterra,se così può definirsi l’azione della Chiesa Ravennate, la stessa si trovò affiancata dai grandi monasteri (S.Andrea maggiore, S.Apollinare in Classe, S.Apollinare Nuovo, S. Maria in Cereseo) che si dedicarono più in particolare all’opera di bonifica delle paludi e allo sfruttamento razionale dei boschi. Questo fenomeno si intensificò soprattutto nel corso del secolo X , mentre altre istituzioni chiesastiche andavano affermandosi come le pievi. Di questo territorio ricordiamo quelle di S.Angelo in Salute, di Bulgaria, di Ruffio e S.Agata che sorgeva nei pressi della zona chiamata Venciglie (oggi Macerone).
Circa l’origine di Sala si registrano sostanzialmente due ipotesi. La prima vede la derivazione dal nome del prelatino sala corrispondente ad area acquitrinosa con elementi salini; l’altra legata al nome d’un piccolo e morbido fusto palustre, abbondante nella zona, usato per fabbricare cesti e per impagliare sedie e sgabelli.
Sembra inoltre da escludere sia l’identificazione di Sala con Ad Novas, sia la correlazione dei nomi fra Ad Novas e Sala Nuova.
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