A Renato Campanini e alla moglie è
legata una pagina di grande umanità che
ancora oggi pare rivivere nella memoria
collettiva della località.
Senza retorica potremmo dire che la
coppia ha rappresentato la figura dei
“maestri” per antonomasia permettendo
a generazioni di affrontare un mondo in
rapida evoluzione come quello prima e
dopo l’ultima guerra. Per noi venuti
dopo, sentire parlarne evoca una di-
mensione più prossima all’impegno civi-
le che alla semplice docenza, ove pas-
sione e dedizione fanno il paio non di
rado con la solidarietà e l’aiuto recipro-
co.
Originario di Russi di Ravenna ma tra-
sferitosi a Savignano, Renato Campani-
ni era venuto ad insegnare a Bellaria nel
1935, dopo un’esperienza dapprima a
Imola e in seguito a Sant’Angelo di Gat-
teo. Di ritorno a casa in stazione nel
fine settimana, aveva conosciuto la futu-
ra moglie Annita Rosetti allorché si ac-
cingeva a far visita ai genitori rimasti a
Forlì
Prima di sei figlie di un medico condotto
del capoluogo, Annita si era dedicata
giovanissima alla scuola. La vocazione
per l’insegnamento, comune ad altre tre
sorelle e che trasmetterà alla figlia, la
rende in breve figura di riferimento nel
piccolo borgo di Cagnona ove già dal
1929 si trasferisce ad esercitare dopo
una breve parentesi nel Polesine. Alcu-
ne concomitanze non di poco conto le-
gano la sua famiglia a Bellaria: le nozze
della sorella col primogenito dello scrit-
tore Alfredo Panzini e la figura
dell’enciclopedico Emilio Rosetti di cui
torneremo a parlare
Il lavoro vissuto al pari di una vocazio-
ne, la dimestichezza con le lettere, la
capacità di interloquire con enti e istitu-
zioni, fanno della figura un riferimento
in una comunità priva dei basilari servi-
zi cui tuttavia la collettività supplisce
con l’aiuto reciproco.
La scuola del ghetto è affidata a due
insegnanti (la Sansovini prima, la Aure-
li e la Rosetti poi) e ospita dapprima la
classi fino alla terza. Solo dal 1941-42 in
avanti vengono estese le altre che fino
ad allora si potevano frequentare solo in
cent ro. L’a t t ivi t à è coadiuva ta
dall’efficienza e dalla dedizione della
poliedrica bidella Giannina, madre di
Bruno Stacchini “Stracci” e da tutti co-
nosciuta. Gli alunni sono assai numero-
si e ognuna arriva ad averne complessi-
vamente fino ad ottanta, articolati su due
turni, dalle ore 8,30 e dopo le 10,30.
L’obbligo di frequenza non sempre vie-
ne rispettato. Fornire i primi rudimenti
ai ragazzi di allora è talora ardua impre-
sa.
Primo Berardi, classe 1925 , ricorda con
partecipazione il proprio maestro di allo-
ra in sella alla potente motocicletta Be-
nelli con cui solito fare il tragitto fino a
s c u o l a a I m o l a c o s ì c o m e
l’addestramento premilitare che compe-
teva all’interno del programma didatti-
co.
Esentato dal prendere parte alle opera-
zioni belliche in quanto padre di quattro
figli, Campanini entra a far parte della
Croce Rossa e trascorre a Ravenna buo-
na parte del conflitto. Il piccolo edificio
dove ha sede altresì l’abitazione delle
insegnanti al primo piano, viene dichia-
rato malsicuro per il passaggio delle
truppe sulla Via Romea e sospese le
lezioni. La guerra risparmierà tuttavia la
piccola costruzione.
La ripresa della vita civile e sociale do-
po la fine delle ostilità è particolarmente
dura per una località a forte componente
popolare. Mentre Anni ta alterna
l’insegnamento mattutino alle richieste
di contributi, sussidi e pensioni al pome-
riggio per gli abitanti del posto, Renato
(
quasi riecheggiando il protagonista di
un libro di GianAntonio Stella
), su inca-
rico del Comune di Rimini, percorre in
bicicletta le strade sconnesse della bor-
gate nell’intento di riformare una classe.
Sono dapprima le suore note come
“dame inglesi di Lodi” ad offrire una
stanza a uso aula. Negli anni turbolenti
della ricostruzione il maestro svolge
anche funzioni logistiche e di organizza-
tore; la scuola cambierà sede più volte
prendendo in affitto i locali messi a di-
sposizione ora presso famiglie benestan-
ti (villa Mascanzoni, villa Brezzi ) ora
presso privati. Nuovi insegnanti nel frat-
tempo si aggiungono come Brighi e la
stessa Ida Rosetti
Per molti anni ancora tuttavia la scuola
della frazione verrà identificata nello
stesso stabile dove egli andrà ad abitare
e in una cui ala ospita le scolaresche.
Una sterrata di ghiaia ed erba nei pressi
della proprietà della famiglia Valducci
conduceva all’edificio in Via Cherso a
pochi metri dalle dune e da un mare
dall’inconfondibile trasparenza. La
località nel frattempo con lo sviluppo si
andrà sempre più popolando di nuove
identità. Egli alterna l’insegnamento alla
vita domestica, non di rado coinvolgen-
do i ragazzi in piccoli lavori manuali che
lo fanno ricordare per un certo grado di
originalità. Tra le memorie legate al
maestro, l’indimenticabile Giornata
dell’Albero, durante la quale, in un mat-
tinata di novembre, vengono messi a
dimora i platani di Viale Cervi che di
quei giorni, semplici e bellissimi, paiono
conservare il ricordo.
Campanini trascorre a Bellaria gli anni
della pensione fino al 2002 vedendo
crescere i ragazzi che furono suoi alun-
ni, non senza un pizzico di nostalgia per
la sua Russi cui intimamente legato.
Indelebile nelle figlie il ricordo
dell’infanzia vissuta nel “ghetto” a
stretto contatto con una realtà frugale ma
al tempo stesso genuina, espressione di
un radicamento alla terra e alle proprie
origini. Un grazie di cuore a MariaTere-
sa e Anna per questa testimonianza e a
tutti coloro che a vario titolo hanno
partecipato a questo lavoro (C.C.)
C a g n o n a . i t
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ECLETTICHE TESTIMONIANZE
Il Maestro che piantava gli alberi