A CHI IMPORTA LAPORTA
C a g n o n a . i t
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segue dalla prima
fino alla demarcazione nei pressi di Via
Portazza ai Capanni, tra le proprietà
padronali di casa Torlonia e marchesi
Di Bagno. Circostanze difficilmente
casuali che del passaggio dei secoli
parrebbero ancora custodire la memo-
ria.
E' assai difficile individuare, pareva so-
stenere Serafino Calindri dinnanzi alla
Congregazione committente, il termine
ultimo del bargellato in assenza di pre-
cisi riferimenti, lasciando tuttavia inten-
dere la presenza di innumerevoli
"segni" lungo la predetta sponda come
opere d'arte, arcate, ecc.
Ce ne ha dato tuttavia riprova chi,
nell'accurata indagine compiuta sul ter-
ritorio, rinveniva nei toponimi e nelle
denominazioni dei terreni, ricordi di sug-
gestivi "Tre Ponti", nonché la presenza
di una plausibile "dogana" a confermare
a Cagnona la funzione di "porta" di una
più vasta località.
Il comune denominatore costituito
dall'acqua, da un'idrografia talora fuori
controllo e dalla presenza diffusa di atti-
vità legate a specchi lacustri (
pantiere
)
parrebbe propendere per una continui-
tà, rintracciando in queste caratterizza-
zioni l'estrema propaggine sud del delta
del Po.
E' ancora l'elemento naturale a ricorda-
re del transito di guerrieri, pellegrini e
viaggiatori lungo gli itinerari tracciati dal
cordone dunoso risparmiati dal mare e
dalla lussureggiante pineta secolare
della Popilia Romea. Crocevia di esi-
stenze che intersecano le linee della
politica e della storia ricercando ora
nell'entroterra, ora nel litorale le migliori
condizioni per vivere e insediarsi, flussi
di andata e ritorno che caricano i luoghi
di importanti polarità cui difficile oggi
dirsi estranei.
Doveroso quindi che sia l'agenda uma-
na a celebrare nelle immancabili sca-
denze le tracce del passaggio della Sto-
ria e riconoscere ai siti le importanti va-
lenze di cui ancor oggi si fanno portavo-
ci.
Anna Falcioni in “Le proprietà terriere dei Malatesti “ pagg,63-64 in
Storia di Bellaria Bordonchio Igea Marina– Cassa Rurale ed
Artigiana di B.I.M.– Bruno Ghigi Editore Rimini 1992
Oreste Delucca “San Mauro Pascoli fra Medioevo e Età Moderna”
- Pazzini Editore Verucchio 1994 pagg. 35
Piero Orlandi-Stefano Pezzoli “Dal secolo XVI all’unità nazionale”
in “Vie del commercio in Emilia Romagna Marche” Co.Ba.Po. 1990
Nord
città, facilitando così l’orienta-
mento di chi si sposta e deve
raggiungerle. Ciò era forse più
vero in passato, quando non
era così diffuso l’uso dei navi-
gatori
e
degli smartphone. Al
contrario c’è chi dice che
utilizzare denaro nella decora-
zione di una rotonda sia uno
spreco, una riduzione dell’ef-
fetto comunicativo di un’
opera a causa dell’indifferenza
per chi transita, inoltre il sof-
fermarsi ad osservare può
essere causa di pericolo. C’è
anche chi ritiene che una
rotonda sia pur sempre una
rotonda, semplicemente un
elemento utile allo scorrimento del traffico sulla quale eventualmente piantare un ele-
mento caratteristico della flora locale, nei nostri luoghi gelsi, marruche di pascoliana
memoria o tamerici. Così si possono salvaguardare sia le finanze pubbliche o private, sia
la sicurezza stradale, sia lanciare un messaggio di salvaguardia delle piante
caratteristiche della zona.
Nel
caso della rotonda di via Cervi forse nessuno ha pensato nulla di ciò, sicuramente
chi ha progettato “la porta” ha inteso segnare il nord della città, gesto antropologico
presente fin dall’antichità in tante civiltà. Quando gli antichi fondavano una città o un
accampamento, la prima cosa che facevano era quella di individuare i punti cardinali e
segnare con l’aratro la croce di congiunzione fra le direzioni nord- sud e est-ovest. Per i
Romani la prima linea rappresentava il cardo e la seconda il decumano, la città o l’ac-
campamento in questo modo rispettava l’ordine astronomico indicato dal cielo: la linea
del cammino del sole e quella ad essa perpendicolare, partendo dalla posizione del sole a
mezzogiorno. Esempi ancora più antichi sono in Mesopotamia, in Egitto ed anche nelle
civiltà precolombiane. Gli Etruschi orientavano le loro città. I Romani impararono pro-
prio da essi anche i riti propiziatori di fondazione, l’agrimensore era considerato un
sacerdote molto importante. Oggi è semplicemente un tecnico, un urbanista. La digres-
sione antropologico-storica forse non chiarirà il senso dell’orientare anche la nostra città
oggi, può offrire però qualche elemento di riflessione. La storia purtroppo viene dimen-
ticata, non considerata magistra vitae, se così fosse l’umanità non avrebbe commesso e
ricommesso gli stessi errori privati e pubblici.
Ma c’è qualcosa di molto più concreto e presente. La struttura che si vuole smantellare e
sostituire, può piacere o no, può lasciare indifferenti, il punto non è questo, almeno non
lo è più ora. Il punto è che “la porta” è lì da anni, adempie alla sua funzione di
indicazione della zona nord della città, tutti la possono facilmente ricono-
scere. Non solo, è costata denaro, andarla a smantellare ne richiederà altro, in un mo-
mento in cui sicuramente sarebbe più opportuno utilizzarlo altrove. Si può obiettare che
si è offerto un privato per realizzare una nuova opera, ben venga un privato interessato a
dare qualcosa alla città. Abbiamo proprio bisogno di persone che, ciascuna nelle proprie
possibilità, possano dare generosamente qualcosa alla comunità, sia esso denaro o la-
voro di volontariato. Forse sarebbe un bel segno di inversione di tendenza, dall’egoismo
e la divisione alla socialità generosa. Se il privato vuole offrire un elemento di qualifi-
cazione alla città, non mancano certo i luoghi in cui realizzare qualcosa di bello e in cui
lasciare un segno di cura.
Alga Franciosi
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