C a g n o n a . i t
ECLETTICHE TESTIMONIANZE
Un grande debito di riconoscenza lega la comunità bellariese e gli appassionati di lettera-
tura con Massimiliano Boni, l’editore che a metà anni Novanta riportò sul mercato le o-
pere di Alfredo Panzini dopo un’eclissi durata decenni. Riportiamo testualmente una te-
stimonianza appassionata che Massimiliano Boni affida alle nostre pagine e per la quale
nuovamente lo ringraziamo.
Qual è il motivo
per cui ho ristam-
pato parecchie
opere di Alfredo
Panzini?
Per la risposta
forse è bene che
retroceda alla mia
lontana prima
giovinezza. Per-
ché già in tale
tempo ero un let-
tore di scrittori
italiani moderni.
Contrariamente a
quello che faceva-
no, quanto alle
letture extrascola-
stiche, non solo i
miei compagni di
scuola ma anche i
professori, i quali, magari, sapevano a memoria la “Divina
Commedia” e i “Promessi Sposi” ma seguivano poco gli
scrittori contemporanei, io cominciai presto a leggere gli
scrittori appunto contemporanei. Ricordo che lessi con
passione i racconti un po’ “diabolici” di Papini, “Il giornale
di bordo” di Soffici, perfino i “Canti orfici” di Dino Cam-
pana e quando, qualche volta, li citavo con i miei amici e
compagni e anche con i professori, queste brave persone un
po’ si sorprendevano che così giovane leggessi questi scrit-
tori quasi considerati non adatti per studenti delle prime
scuole ginnasiali. Comunque io continuavo a leggerli e i
bravi professori continuavano a non leggerli. Parlo natural-
mente a carattere molto generale perché qualche professore
di scuola media o di prime scuole ginnasiali c’era che leg-
geva i contemporanei. Ma, ripeto, erano pochi. Ricordo
ancora che d’estate mi “riducevo” nel granaio, nella casa
paterna che abitavo, a leggere, perché c’era un po’ più di
aria e soprattutto perché c’era più silenzio e possibilità di
raccoglimento. Ricordo ancora che, seduto su qualche
mezzo sacco di grano, leggevo i miei autori del Novecento.
Certe volte qualche topetto passava e, in certi casi, si fer-
mava guardando un po’ sorpreso questo strano animale
(che ero io) con in mano una strana “cosa” che era un libro.
Persona e materiale (il libro) che un po’ lo sorprendevano.
Dopo qualche minuto, proseguiva la sua strada probabil-
mente pensando a che strani animali e strane cose c’erano
nella vita.
Tra gli autori del Novecento cominciai presto a inserire
anche Alfredo Panzini, che mi piaceva per la sua freschez-
za di scrittura e la semplicità, ma anche acutezza delle sue
riflessioni inserite nei suoi racconti. Mondo e modo di e-
sprimersi tutti diversi da quelli dannunziani, per esempio,
che allora erano molto considerati, anzi celebrati.
Comunque la mia simpatia e ammirazione per il Panzini
era poi aiutata e direi giustificata da critici di grande valore
che già allora leggevo. Come, per esempio, Emilio Cecchi
che scrisse bellissime pagine su “Il bacio di Lesbia”, quan-
do naturalmente il libro uscì.
Q u a n d o , d o p o l ’ u l t i m a g u e r r a ( e
speriamo sia l’ultima anche se è una speranza non molto
profonda) vidi che le opere del Panzini erano completa-
mente dimenticate, obliate, per usare una parola un po’
solenne, e avendo intenzione (intenzione pazza natural-
mente) di fare l’editore, spinto da questa mia benedetta o
maledetta passione per i libri, pensai di ristampare se non
proprio tutte molte opere di Alfredo Panzini. La figlia, a
cui mi rivolsi per ottenere l’autorizzazione, naturalmente fu
entusiasta di questa mia iniziativa e non solo mi diede il
permesso di ristampare tutte le opere del padre che deside-
ravo, ma mi mandò anche i libri della biblioteca di Panzini,
quelli naturalmente che erano rimasti dopo parecchi anni,
tra cui anche il
n o
t o
“ D i z i o n a r i o
moderno”, così
utile e così sim-
patico. Ecco i
motivi in breve
per cui ho deci-
so di ristampare,
con notevolissi-
mo rischio fi-
nanziario, i libri
di Alfredo Pan-
zini.
Massimiliano
Boni